Odissea in pronto soccorso, 13 ore tra urla, pianti e aggressioni

Poseidone articolo

BRINDISI- (Da Il7 Magazine) Odissea nel pronto soccorso dell’ospedale Perrino, tredici ore di permanenza per una diagnosi tra urla, pianti e aggressioni. Una giornata di ordinaria follia in una sala d’attesa dove ogni giorno centinaia di persone chiedono di essere curate e assistite. Lo racconta Antonio, 44 anni di Brindisi, che due giorni fa si è ritrovato nel nosocomio brindisino con una forma acuta di lombosciatalgia: “Avevo dolori lancinanti alla spalla e la gamba sinistra si era paralizzata, così sono andato al pronto soccorso del Perrino”.

Antonio entra nel pronto soccorso alle 13.15, l’orario viene registrato sul foglio di accettazione, con un codice verde, che vuol dire “poco critico”. Da quel momento in poi comincia la lunga attesa, ore ed ore seduto su una sedia mentre davanti a se succedeva il finimondo.

“Quando sono arrivato ero consapevole che avrei dovuto attendere il mio turno – dice- ma non immaginavo che ci avrei trascorso una giornata intera. Intorno a me c’erano decine di persone, ognuna con un problema diverso, grave e meno grave”.

Nel pronto soccorso ci sono persone anziane con patologie croniche , decine di bambini con febbre alta e tosse, e parecchie urgenze, vittime di incidenti, una persona con un attacco cardiaco e un donna in stato interessante. Arrivano da tutta la provincia di Brindisi, perché da quando è entrato in vigore il piano di riordino ospedaliero la presenza dei nosocomi sul territorio brindisino è stata ridotta.

“Torchiarolo, Cellino San Marco, Fasano e c’era anche qualcuno di Taranto – dice Antonio- Il tempo trascorreva tra un via vai di medici e infermieri in affanno. Non c’erano ne barelle e ne sedie a rotelle, per quattro ore sono stato poggiato su una sedia con la schiena che mi scoppiava dal dolore. Non ho detto nulla perché vedevo che c’era gente che stava peggio di me e mi dispiaceva”.

La sala d’attesa del pronto soccorso è stata rimodernata da poco, in più angoli sono state istallate che le telecamere, ma evidentemente l’attrezzatura di supporto è rimasta sempre quella.

Antonio entra in pronto soccorso alle 13.15 ma la prima visita, quella generale, la fa solo alle 18.54. Sono già trascorse quasi sei ore, sei ore di attesa su una sedia nella sala affollata di gente.

“C’era una bimba che stava male, aveva una tosse spaventosa e non riusciva a respirare- racconta- un’altra donna era stesa accanto a me e sembrava priva di sensi. Quando hanno capito cosa stava succedendo l’hanno portata via d’urgenza. La figlia mi ha detto che erano lì dalle 10 del mattino, venivano di Torchiarolo”.

Antonio continua ad aspettare, sono trascorse cinque ore da quando è seduto e quando sembra che l’infermiere lo stia per chiamare arriva un uomo con un infarto e tutto si blocca.

Nel pronto soccorso ci sono tre infermiere e quattro medici, uno per i codici verdi (poco critico), uno per quelli gialli (mediamente critico), rossi (molto critico), e uno in radiologia. Introno ruotano gli operatori OSS della Sanitaservice che corrono da una parte all’altra con le barelle portando i pazienti nei reparti per i consulti.

Il tempo è scandito dai nomi che infermieri e barellieri gridano per chiamare la gente che deve essere visitata. Fanno il possibile ma il personale medico è sotto organico.

“Siamo solo tre infermiere nel pronto soccorso, una sta all’accettazione, una nei corridoi e l’altra va e viene dalle sale visita- dice una di queste- non riusciamo a fare tutto ma ci sforziamo lo stesso perché la gente che arriva qui ha bisogno di aiuto”.

Il pronto soccorso resta così il punto nevralgico dell’intero ospedale che continua a coprire il fabbisogno dell’intera provincia brindisina.

“Dopo la prima visita generale il medico ha chiesto una tac- continua Antonio nel suo racconto- io torno in sala d’attesa , si è liberata una barella e finalmente posso stendermi. Ho ancora la gamba sinistra è bloccata. Intanto trascorrono altre due ore e nel frattempo arrivano le vittime di un grave incidente. Ancora una volta scoppia il putiferio. Gli infermieri corrono verso l’autoambulanza con le barelle pronti ad accogliere le vittime, loro hanno la precedenza su tutto”.

Tra le vittime c’è un ragazzo giovanissimo che è stato immobilizzato. La madre e la fidanzata gli sono vicino e si disperano.

Antonio riesce a fare la tac solo dopo due ore sono circa le 21.30 e il medico chiede un altro consulto, questa volta in cardiologia. “Dicevano che avevo bisogno di una altro consulto e mi hanno riportato in sala d’attesa. Qui dopo un po’ qualcuno ha perso la pazienza”.

Sono le 23.30 , due coniugi vittime di un tamponamento attendono da tre ore che qualcuno li visiti, il marito a un certo punto scoppia e urla: “Siamo qui da tre ore, mia moglie non si sente bene. Ora spacco tutto e vediamo se qualcuno non si muove. Ora basta poi potete pure arrestarmi ora però spacco tutto”.

A fermare l’uomo che oramai sta andando in escandescenza ci pensa una guardia giurata, l’unica in tutto il pronto soccorso.

“Mi dispiace quando la gente è esasperata. Le persone hanno ragione- dice il vigilante- per questo tolleriamo le urla e gli insulti. Ma a un certo punto devo intervenire. Il problema è che medici e infermieri sono in pochi e c’è tanto lavoro”.

Poi la stessa guardia giurata dice una verità agghiacciante: “Ho visto gente morire sulla barella. Passare da un codice bianco a un codice rosso. Le persone nel pronto soccorso restano per oltre dodici ore. E’ mortificante perché vorresti fare di più per aiutarle ma non riesci”.

L’attesa nel pronto soccorso è snervante e la situazione può diventare esplosiva da un attimo ad un altro. La scorsa settimana un’infermiera è stata aggredita, un uomo le ha spezzato un braccio.

E il pericolo che tutto degeneri aumenta la notte quando il posto di polizia è chiuso e per l’ospedale vi sono solo tre guardie giurate. Una presidia il pronto soccorso e le altre due sono in giro a controllare il resto dell’intera struttura ospedaliera. Nella sala d’attesa ci sono quattro telecamere ma è evidente che da sole non bastano a calmare gli animi della gente.

E’ 1.49 della notte quando Antonio lascia l’ospedale e l’infermiera gli consegna la carta delle dimissioni. Sul foglio c’è scritto che la permanenza in assistenza è stata di 6 ore e 52 minuti. E’ evidente che il calcolo è stato fatto a partire dalla prima visita sino al momento dell’uscita ma in realtà in quel pronto soccorso Antonio ha trascorso ben 13 ore, tante quante ne sono necessarie per andare da Brindisi a Milano con il treno, un viaggio, in pratica.

Il dramma non è l’attesa di paziente che tutto sommato può essere rimandato a casa per le cure ma quello di tutte le persone che avrebbero bisogno di un ricovero, spesso urgente, e sono costrette ad aspettare giornate intere prima che qualcuno si occupi di loro rischiando, come dice la guardia giurata, di passare da “un codice bianco a un codice rosso”. Nonostante questo la Regione Puglia annuncia nuovi tagli, a breve Brindisi perderà altri 50 infermieri.

Lucia Pezzuto per Il7 Magazine

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