BRINDISI – La tempestività sa di beffa, anche se era già tutto scritto. Tre giorni prima siamo tutti nel Petrolchimico: istituzioni, politici, sindacati (senza Cgil) e giornalisti, con il ministro delle Imprese e Made in Italy, Adolfo Urso, che con la cazzuola in mano incolla una pietra per annunciare che Eni costruirà il primo polo integrato per la produzione di batterie. Tre giorni dopo arriva la notizia della chiusura dell’unico impianto ancora acceso, quello del polietilene. La quale materia prima arriva con le navi, uno dei pochi traffici merci rimasto al porto di Brindisi. In tanti fanno finta di sorprendersi, ma lo spegnimento era stato già scritto nel famoso protocollo firmato a marzo, quello che la Cgil non volle sottoscrivere. “Perché avevamo previsto tutto”, ribadiscono oggi. La fine della chimica di base a Brindisi è davvero arrivata. Con quell’effetto a catena che porterà la chiusura entro dicembre anche degli impianti di Basell. Per Eni, il ministro ha annunciato 1300 posti di lavoro, che saranno impiegati nella giga factory, il polo delle batterie. Per Basell il futuro occupazionale è incerto. Per l’indotto, e quindi il porto poi si vedrà. Ma qui servono certezze. E quella pietra messa l’altro giorno a Brindisi sa un po’ di beffa. Perchè in tanti abbiamo notato che si trattava di una pietra senza l’apertura di un cantiere. E un po ‘ridicoli ci siamo sentiti con quei caschetti in testa e il giubbottino fluorescente in un piazzale senza nulla. Per ripararci da cosa? Solo dal sole cocente di luglio. Per dei lavori non solo mai iniziati, ma neanche appaltati. Lo stesso governatore della Puglia, Antonio Decaro, che da ex ingegnere dell’Anas di cantieri ne ha visti tanti, ad un certo punto ha chiesto perché indossassimo il casco, visto che non c’era il cantiere. Tanto che poi lo ha tolto. Ed allora non vorremmo che fosse stato tutto “finto”, preparato, per attutire il colpo dell’annuncio della fine. Chi ha partecipato ad altre pose della pietra ricorderà che normalmente avviene alla presenza dell’impresa dei lavori, giusto per dare concretezza all’annuncio. Che dopo la posa si parte con le opere. Ma a quanto risulta non è stato ancora appaltato nulla.
Intanto si spegne e si mettono in stato di conservazione gli impianti. Mentre un advisor dovrebbe cercare qualcuno intenzionato a comprare. Ma se il business non è più conveniente per Eni (la grande azienda a partecipazione statale) suona strano che possa esserlo per altri. Questo territorio merita rispetto, per tutto quello che ha dato in termini ambientali, sociali e per le occasioni perdute. Visto l’epilogo.
Se davvero è finita, allora si smantelli tutto. Si bonifichi. Perché il rischio che si lasci uno scempio è dietro l’angolo, così come già accaduto per gli impianti di ex Evc e Dow. La bonifica può dare lavoro per anni a migliaia di persone, insieme alla giga factory per la quale serve formare il personale. Questa è una delle nuove battaglia da fare. È di questo che si devono occupare la politica e i sindacati, se davvero vogliono difendere i lavoratori e la città.
Lucia Portolano
