Cosa resta della zona industriale: un viaggio tra cancelli chiusi, e fabbriche fantasma

BRINDISI – (da il7 Magazine) Una zona industriale più grande dell’intero centro abitato, inserita dal ministero dell’Ambiente nella lista delle area ad alto rischio di crisi ambientale. Un viaggio tra le strade della zona industriale di Brindisi, tra ciò che resta degli insediamenti industriali degli ultimi 40 anni, in quello che fu pensato come  modello di sviluppo per questa città del Mezzogiorno che si affaccia sul mare, e che è strategica verso l’oriente. Cosa è oggi la zona industriale di Brindisi? Alla fine delle ultime palazzine dei quartieri Perrino e San Paolo, nati per ospitare le case degli operai di quelle fabbriche, si trova il viale principale: via Enrico Fermi, costeggiato da una serie di concessionarie d’auto e officine, attraversato dai binari dei treni merce. Proprio qualche giorno fa si è verificato un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze disastrose, con un auto finita contro un treno, diretto a caricare gas.

Una volta addentrati nelle vie interne lo scenario è desolante: cancelli chiusi con lucchetti arrugginiti, capannoni industriali decadenti con finestre rotte e tetti in rovina, anche le strade sono dissestate, paludi invase da rifiuti che costeggiano piccoli appezzamenti di terreno coltivati  proprio qui dove la falda e i suoli sono inquinati. In lontananza si scorge il petrolchimico, ciò che resta della vecchia Montedison. All’interno di quel recinto ci sono oggi Versalis (Eni), Basell e Chemgas. Tra questi stabilimenti e le cimiere, qualche vecchio rudere di aziende che nel frattempo sono andate via ed hanno lasciato i resti delle loro macerie. Una parte di questa area sembra essere stata bonificata, almeno per quel che si vede ad occhio nudo: molto è stato demolito, resta ancora il palazzo fatiscente che ospita la direzione dell’ex Evc (società inglese). In quella che era la vecchia Montecatini (appunto il petrolchimico) sino al 1977 lavoravo circa 5mila dipendenti diretti oltre a 4mila impiegati ed operai delle aziende appaltatrici (Sartori, Belleli, Riva Mariani, Beraud), oggi non se ne contano poco più di mille. Secondo i manager di allora, la  crisi del petrolchimico e il suo progressivo ridimensionamento vanno indentificati in tre differenti periodi, che hanno profondamente segnato il destino di questo insediamento: dicembre 1977 con l’esplosione dell’impianto P2T che provocò la morte di alcuni operai;  febbraio 1983 con l’accordo governativo per la messa in cassa integrazione straordinaria di 1600 dipendenti e la spartizione del petrolchimico; ed infine gli anni 90 con la progressiva  chiusura di quasi tutti gli  impianti acquisiti da società estere multinazionali subentrate a Montedison. L’area del Petrolchimico è molto vasta: c’è il nuovo impianto di cracking e tante candele, più distanti si intravedono i resti  di  serbatoi e sfere dei vecchi parchi di stoccaggio petrolifero e GPL.

È mattina, da alcune ciminiere si scorge del fumo nero che macchia il cielo azzurro e senza nuvole di ottobre. Lungo il mura di cinta che abbraccia gli impianti si intravedono i grafiti ormai sbiaditi della protesta ecologica giovanile. Di fronte c’è il mare, e a pochi passi le villette a schiera che sino agli anni 90 erano state assegnate come residenze ai capi reparto e quadri intermedi del petrolchimico. Edifici ormai abbandonati con balconi che vengono giù e senza più finestre.

L’area è proprietà privata ed è interdetto l’accesso, lo stabile è inagibile. Fuori c’è un cartello che indica l’esecuzione dei lavori di bonifica e demolizione degli alloggi dei dipendenti, delle villette dei dirigenti e delle palazzine. Qui un tempo c’era anche una foresteria. Proseguendo dritto si raggiungono le isole Pedagne, ma prima ancora c’è il cancello con il lucchetto che chiude la colmata della British gas, uno strato di terra battuta e cemento  che ha sottratto una parte di mare, e dove sarebbe dovuto sorgere il rigassificatore. Area confiscata ed oggi senza alcuna funzione. Oltre non c’è più nulla, salvo l’ex caserma della Guardia di finanza anche questa ormai decadente.

Tornando indietro sulla via principale c’è lo svincolo per  la  Strada per Pandi, qui c’è Jindal, la vecchia Exxon mobil prima ancora Mobil Plastic, un’azienda chimica, l’unica che da queste parti  negli ultimi anni ha ampliato il suo stabilimento e moltiplicato i suoi capannoni. Dalla parte opposta della strada si scorgono gli impianti devastati dell’inceneritore, ex Termomeccanica di proprietà dell’ASI. Più avanti ancora gli impianti comunali per il trattamento rifiuti, ormai fermi dopo il sequestro, già inutilizzabili e obsoleti qualche anno fa, figuriamoci oggi. Dopo poco si arriva alla vecchia portineria Polymer, attualmente  utilizzata per l’ingresso  del personale delle  imprese appaltatrici  ancora operanti nel petrolchimico. Dietro la recinzione arrugginita si intravede la struttura del centro Intersocietario di Formazione Professionale. Attraverso una strada non asfaltata e difficile da percorrere si raggiungo i cancelli definitivamente chiusi della Siprosuole, più avanti ancora c’è quel che resta della Ittica Sud, una cooperativa di lavoro creata per iniziativa di un gruppo di cassaintegrati Montedison negli anni 80. La situazione poco cambia sulla strada parallela: anche qui altri ruderi  di piccole-medie industrie chiuse nel tempo, l’unica eccezione è Europlastic Sud, sorta con fondi pubblici per l’industrializzazione del Mezzogiorno.

Regge il gas con i serbatoi ex Ipem, e la Peritas con i silos di ammoniaca, minacciata in passato dal racket delle estorsioni. Lasciando sulla destra questa zona si procede verso il porto industriale:  dove si scarica il carbone (ormai ridotto negli anni), il gas, la barbabietola da zucchero che alimenta il vicino zuccherificio,  e il materiale ferroso. La prima cosa che appare è l’ammasso di ferraglia della centrale a carbone Edipower, prima Enel nord, ed oggi A2A: impianti vecchi, fermi e in parte in demolizione, qui lavorano ancora circa 80 persone per il controllo della rete.

Intorno ad A2A sorgono alcune aziende ed officine di più recente costruzione. Il  grande piazzale di Costa Morena è quasi vuoto, ci sono pochi camion, da qui si parte per l’Albania e la Grecia. Qualcosa da queste parti ancora sopravvive come la  Tubi Brindisi  e gli stabilimenti  Avio e della Sanofi Aventis. Nel tempo da una decina di anni è stato costruito anche un hotel. Intanto in questi giorni è arrivata l’ultima nave di questa stagione crocieristica, ancora una volta ha attraccato accanto al molo carbone. L’Autorità di sistema portuale del mar Adriatico annuncia il calendario per la prossima stagione: sono previsti 58 approdi, quasi il doppio dello scorso anno. Un numero che fa essere ottimisti, ma la vicina Bari riporta subito alla cruda realtà: li gli accosti saranno almeno 250.

Lucia Portolano

 

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