“Purtroppo i nostri ragazzi sono solo un voto, la scuola e la società dovrebbero insegnare a rialzarsi, no a non cadere”

BRINDISI- (di Alessandra Amoruso) Ho sentito da più parti fare ai maturandi di questo anno, un bellissimo augurio-invito: ricordati che comunque vada tu non sei il tuo voto. Anche io più volte ho usato questo incoraggiamento con i miei figli.

Forse perché ho ancora impressa sulla pelle la fatica di farmi vedere ed ascoltare, nelle aule della mia vita, oltre un voto o uno sterile giudizio.

Si sono uscita arrabbiata dalla scuola, molto arrabbiata. So bene com’è sentirsi un voto e soprattutto essere valutati in riferimento al o alla più brava della classe. Quando i tuoi sforzi praticamente non esistono, quando i tuoi tempi sono sbagliati a prescindere, quando ciò che ti chiedono è praticamente impossibile perché di fatto per ottenerlo, nei termini in cui te lo chiedono, dovresti essere un’altra persona e non quella che sei e che già fai così fatica ad essere.

Gliel’ho detto più volte e continuo a farlo lungo il percorso di studi e di vita che stanno compiendo.

Ma non sarei onesta con loro e con me stessa se non aggiungessi che purtroppo qualcosa rimane una bellissima aspirazione a cui tuttavia la nostra società non corrisponde in nulla, ma proprio in nulla.

Certo io ci credo e mi piacerebbe che poi fuori da quella porta fosse realmente così, ma davvero possiamo far finta di non vedere? Davvero stiamo facendo finta di non vedere e non sapere noi adulti “educanti” ?

Davvero i nostri ragazzi non sono il voto quando decidono di iscriversi ad una università a numero chiuso ( che poi qualcosa in una società che registra tra i più bassi tassi di laureati in Europa non la comprendo proprio bene bene)? E non sono Il voto quando devono partecipare ad un concorso? Avete mai visto una selezione in cui li si mette in situazione reale per misurare le effettive competenze ? In cui siano valutati per i comportamenti che hanno imparato ad agire e non per i contenuti che hanno imparato a ripetere?

Davvero non sono IL voto quando devono scrivere un curriculum e non possono raccontare delle esperienze “a nero” che proprio perché sono tali invece di “raccontarli” in qualche modo li fanno praticamente scomparire nell’esercito dei senza esperienza? Chiedete ad uno dei tanti ragazzi che hanno rinunciato a cercare il lavoro, o che hanno lasciato una scuola dove avevano difficoltà ( e non per colpa) a stare dentro le verifiche e le interrogazioni, la teoria e la teoria, le verifiche e le interrogazioni……, in un circolo vizioso che non li aiuta a risalire ma praticamente li inghiotte, se nella loro vita si sono mai sentiti qualcosa di diverso da un voto, un brutto voto.

Chiedete come ci si sente, a parità di impegno, ma partendo da situazioni economiche, familiari e sociali diverse, ad essere un 60 piuttosto che un 90 o un 100.

La verità è che la scuola e la società, che ne è sempre, ahimè specchio, sono ancora legate ad un concetto superficiale di successo e di realizzazione personale. Dove molto conta il sapere e assolutamente nulla l’essere e lo stesso saper fare. E il voto non ne è che la sterile espressione.

Più che dimostrare a scuola dovremmo imparare, imparare a vivere. E dovremmo poter sbagliare, all’infinito, ma con il paracadute. Si perché la scuola dovrebbe essere quel tempo in cui imparare non a non cadere, ma a sapersi rialzare. Il tempo che tutti dovremmo avere per allenarci ad affrontare tutte quelle volte in cui accadrà di cadere. Perché accadrà.

E invece per tutti gli anni della scuola ci lasciano credere che il successo sia nascere già fortunati e già bravi. Cioè roba per pochi. Chiedetelo a quei ragazzi che escono dalla scuola convinti di non poter mai essere tra questi pochi se si sentono qualcosa di diverso da un voto.

E per una volta, dopo averglielo chiesto, però stateli, stiamoli, ad ascoltare. Perché loro lo sanno già come dovrebbe essere la scuola, lo sanno cosa vorrebbero imparare, cosa gli servirebbe davvero nella vita e sanno soprattutto quanto avrebbero bisogno di essere visti ed ascoltati per definirsi come persone e per non rimanere per sempre e solo un voto. Ho la fortuna di entrare nelle scuole con il mio mestiere e di lavorare con tanti ragazzi. Ed è bellissimo e dolorosissimo scoprirli così “grandi” ed allo stesso tempo poter accogliere il loro grido di aiuto.

Siamo indietro, terribilmente. Eppure saremmo ancora in tempo. Eviteremmo di trovarci tra qualche anno con un’intera generazione “assente”, scomparsa da ogni reale possibilità di dare un contributo attivo al mondo. Il loro stesso mondo.

 

 

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