Enel spegne il primo gruppo della Federico II, è davvero l’inizio della fine del carbone ?

Poseidone articolo

BRINDISI ( da il7 Magazine)Primo passo verso la fine del carbone. Il nuovo anno porta a Brindisi l’inizio della grande sfida per ripensare l’economia di un territorio che da oltre 30 anni si è basata sulla grande industria e poi sull’utilizzo del carbone.  Il primo gennaio Enel ha spento uno dei quattro gruppi della centrale termoelettrica Federico II. L’annuncio fatto mesi fa dal direttore Italia di Enel, Carlo Tamburi, si è concretizzato, e  il gruppo 2 di Cerano è ufficialmente fuori dal mercato dell’energia elettrica. Ciò vuol dire che il gruppo da 620 megawatt, potrà essere chiamato a funzionare solo su espressa disposizione del gestore della rete elettrica nazionale Terna, ed esclusivamente  in caso di gravi necessità legate alla stabilità del sistema. Questo sino a marzo, quando lo stesso gruppo sarà definitivamente  dismesso e non potrà più entrare in servizio per nessun motivo. Ora non resta che aspettare il 2025 per lo spegnimento definitivo anche degli altri 3 gruppi della centrale. Ma su questo il direttore Carlo Tamburi è stato chiaro: “per poter dire addio al carbone entro tale data – spiega – occorre che gli iter autorizzativi italiani siano rapidi e con tempi certi. Solo così si potrà fare affidamento su un mix di impianti da fonti rinnovabili e gas che permetta di abbandonare definitivamente questo combustibile fossile”.

Il messaggio di Tamburi è chiaro e si riferisce all’iter autorizzativo richiesto dalla società energetica per la riconversione a gas della centrale di Cerano.
Enel  infatti ha avviato lo scorso marzo la richiesta di valutazione di impatto ambientale del progetto per la conversione a gas dell’impianto. L’iter è aperto al Ministero. L’ultimo aggiornamento risale ad agosto, quando a seguito delle osservazioni di alcuni enti interessati, la società elettrica ha fornito le proprie deduzioni. Ora la palla è tornata agli enti locali e alle associazioni che dovranno esprimere nuovamente le loro osservazioni facendo proseguire il procedimento autorizzativo. In realtà si tratta della realizzazione di un nuova centrale a ciclo combinato a gas di 1700 megawatt, contro l’attuale a carbone di 2480 megawatt, alla quale però bisogna sottrarre da quest’anno 620 megawatt del gruppo 2.  Una cosa però è certa Brindisi dirà definitivamente addio al carbone solo quando sarà terminata la costruzione della nuova centrale a gas. Su questa la società è stata chiara. L’energia elettrica serve al paese, per quanto ora nella rete sia privilegiata quella prodotta dalle fonti rinnovabili. Il gas resta pur sempre un combustibile fossile, anche se la società elettrica negli ultimi tempi punta alla rinnovabili. Il gas nella nuova centrale dovrebbe arrivare dalla rete Snam, quindi via terra.

Enel ha più volte precisato che la chiusura anticipata del gruppo 2 della centrale di Brindisi rientra nel suo impegno per la transizione energetica verso un modello più sostenibile. A livello globale, nel 2019, la capacità installata di Enel da fonti rinnovabili ha superato per la prima volta quella da fonti termoelettriche, e nel primo trimestre del 2020 la produzione di energia elettrica a zero emissioni ha raggiunto il 64% della generazione totale del Gruppo. L’obiettivo a lungo termine è la completa decarbonizzazione del mix entro il 2050, con una serie di traguardi intermedi come il completamento del phase out dal carbone in Italia entro il 2025 e a livello globale entro il 2030.

Attualmente la Federico II dà lavoro a 300 persone dirette, con un indotto di circa 400 persone. La conversione cancellerebbe gran parte di questo indotto che si basa sulle attività legate alla movimentazione del carbone e quindi  anche sulle attività portuali. Il carbone arriva via mare. Un impianto a gas non potrebbe garantire lo stesso tasso occupazionale. Enel ha intenzione di puntare anche a Brindisi su nuovi impianti di energia rinnovabile come parchi fotovoltaici. La realizzazione della nuova centrale e dei parchi garantirebbe per un lasso di tempo l’occupazione di nuova manodopera, ma nella fase  successiva il regime occupazionale sarebbe ridotto. Fermo restando la bonifica dei luoghi, con lo smontaggio per esempio del nastro trasportatore. Ma sul territorio la società starebbe pensando anche ad una nuova attività con la realizzazione sulle proprie aree, d’accordo con l’Autorità portuale, di depositi doganali. È stato lo stesso presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico, Ugo Patroni Griffi, a parlare di un incontro tra lui,  il direttore delle Agenzie delle Dogane Marcello Minenna, e il direttore Enel Tamburi, in cui si è ipotizzato il riutilizzo di strutture esistenti per incrementare il traffico merci in un’ottica di economia circolare e di nuove opportunità per il territorio e l’occupazione. Questo alla luce del riconoscimento di una Zona Franca Doganale (ZFD) inserita nelle Zes  che porterebbe dei vantaggi a livello fiscale con la possibilità di gestire le merci in transito e di produrre  ‘made in Italy’ in sospensione di Iva e dazi. Insomma creare dei depositi così da attrarre un nuovo traffico merci. Per Patroni Griffi, Brindisi è la candidata ideale per la zona franca doganale disponendo di un retroporto dotato di un’ottima infrastruttura ferroviaria e stradale e di enormi aree attualmente inutilizzate. In queste agevolazioni si vorrebbero far rientrare anche le aree di proprietà di Enel. Ma per ora sono solo propositi.

Come si diceva il territorio si trova davanti alla grande sfida, convertire la centrale significa anche convertire l’economia e offrire nuove possibilità. Bisogna ricostruire una nuova strada che possa portare occupazione e sviluppo. Quattro anni non sono tanti, ma nessuno può permettersi di dire di essere stato colto di sorpresa. La decarbonizzazione è invocata da anni. Arrivati a questo punto, dopo tanto parlare,  bisognava avere la idee già chiare. Ed intanto qualcuno si dice  preoccupato. Tra questi c’è il sindacato. Il segretario provinciale della Cgil, Antonio Macchia, ha lanciato un monito chiedendo che non siano i lavoratori a pagare questa transizione. “Serve una strategia immediata e condivisa – afferma il sindacalista – che incardini i progetti in una nuova cornice disegnata per lo sviluppo sostenibile ed il territorio, guardando alle opportunità che piani come il Just Transition Fund e il Recovery Fund possano modificare il nostro modello di sviluppo, per stare dentro quei cambiamenti green previsti dal nuovo sistema europeo a condizione che la transizione energetica venga percepita da tutti come un beneficio e non come un cambiamento che avvantaggia alcuni e danneggia altri. Dunque, non c’è più tempo da perdere: la transizione energetica può rivelarsi una grande opportunità solo se verranno contestualmente programmati adeguati investimenti per lo sviluppo economico e produttivo”.

Lucia Portolano

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*