In memoria di Roth e del suo sogno (infranto) americano

Francesca Goduto

IL LIBROSO MONDO DI FRANCESCA (Rubrica) – Ho sempre amato l’America, ma fino ad una certa età l’America per me era Walt Disney e le Barbie. Poi… ho incontrato Philip Roth. L’ho incontrato, ricordo ancora, grazie alla giornalista Ilaria D’Amico che -all’epoca- conduceva una trasmissione sulla Rai, erano gli anni dell’università, e un giorno parlò di un libro che aveva letto e l’aveva colpita: Pastorale americana, di -appunto- Philip Roth. Ne parlò con tale enfasi che fui incuriosita e mi precipitai ad acquistarlo. L’edizione è quella Einaudi e già dalla copertina si deduceva che non sarebbe stata una lettura rinfrancante: una fotografia in bianco e nero che bruciava,  i soggetti erano ragazzi e ragazze che bevevano Coca Cola seduti su dei gradini.

Ricordo che la lettura mi rapì, mi travolse e nei due giorni impiegati per leggerlo non riuscii neppure a studiare: riemergevo dalle pagine spossata, esausta, svuotata.

Ho conosciuto così Nathan Zuckerman  e lo Svedese. Inutile descriverci la tram perché… sarebbe riduttivo parlarvi di Roth raccontandoci la trama del suo capolavoro. Anche perché… nella lettura di Roth la “trama” sarà l’ultima preoccupazione che vi riguarderà.

Roth è uno scrittore inglese di origine ebraica e questo non è un particolare da trascurare, a mio parere: la particolare sensibilità,  lo sguardo penetrante e doloroso, la capacità di raccontare drammi e sofferenze lancinante senza cadere nel melodrammatico e patetico, l’ironia sottesa alle parole… non posso non ricondurle alla sua matrice culturale.

Le pagine di Roth, non solo quelle di Pastorale americana che è il suo capolavoro ma anche tutte quelle degli altri romanzi, raccontano l’America una volta sbiadita la patina, l’America struccata, senza make up, per farvi un accostamento cinematografico: l’America de Il giardino delle vergini suicide, di Sofia Coppola ( tratto da un libro di Jeffrey Eugenides) , di poco successivo. Raccontano l’America dietro i prati di erbetta ben curati dei giardini, non  quella dei barbecue domenicali.

La lettura di Roth mi ha sempre lasciato devastata: mi smontava tutte le belle fantasie dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma… stranamente… dalle sue parole emerge comunque un amore tormentato nei confronti del proprio Paese, una rabbia sorda e dilaniante nel dover constatare le sue infinite debolezze e criticità, l’impossibilità di non amarlo nonostante le sterminate contraddizioni e le migliaia di ombre…

Ho sempre amato l’America… e grazie a Roth l’ho amata ancor di più perché me)’ha resa più “umana”: la perfezione allontana, inibisce, è l’imperfezione che ci avvicina e ci fa sentire tutti simili ed egualmente fallibile. A chi è perfetto non si perdona nulla.

Non mi sono mai capacitata del fatto che non sia stato conferito a Philip Roth il Premio Nobel per la Letteratura che avrebbe strameritato ma… probabilmente non lo avrebbe neppure accettato perché… lui era fuori dal “sistema ” e di quel “sistema” aveva fatto cadere tutte le maschere.

E adesso, il 22 maggio scorso, Philip Roth è venuto a mancare.

Mi mancherà  e mancherà all’America uno dei suoi cantori più spietati, sinceri,  più innamorati…

Francesca Goduto

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