In Procura il pool per le vittime di violenza, De Donno: “Una media di 4 segnalazioni al giorni”

BRINDISI – (da il7 Magazine) Violenza di genere, maltrattamenti anche nei confronti dei minori, immigrazione, sfruttamento e caporalato. Alla Procura di Brindisi esiste un pool composto da quattro magistrati, coordinati dal Procuratore della Repubblica Antonio De Donno, che si occupa in maniera prioritaria dei reati contro vittime vulnerabili. L’attenzione contro la violenza sulle donne e minori nella procura brindisina ha priorità assoluta, e rientra nei reati di “codice rosso”. Tutte le segnalazioni passano dalle mani del procuratore capo De Donno che stabilisce nei tre giorni successivi alla segnalazione come agire nell’ascolto dei soggetti deboli. Contro questi reati sono previste quattro provvedimenti: l’obbligo di allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento, gli arresti domiciliari e in casi più gravi l’arresto in carcere.

Procuratore nella provincia di Brindisi  nell’ultimo anno c’è stato un aumento di episodi di aggressione, di stalking e maltrattamenti di uomini nei confronti delle donne?

“Non possiamo parlare di un aumento del fenomeno, ma bensì di una maggiore propensione delle donna a denunciare. C’è una maggiore emersione degli illeciti, questo si. Ci sono più denunce. Come pool abbiamo registrato almeno una media di 4 segnalazioni al giorno, che vengono chiaramente verificate. Su questa materia c’è stata una vera e propria rivoluzione giudiziaria. I casi vengono interpretati con grande sensibilità e con modernità di pensiero. Noi qui non facciamo solo azione repressiva, ma molto spesso anche preventiva”.

Cosa significa aver inserito questi  reati in “codice rosso”?

“Significa che c’è una risposta molto celere. Questi casi hanno priorità sia nell’iscrizione del fascicolo che nella trattazione. Tra i reati in codice rosso sono state inserite le lesioni, lo stalking, i maltrattamenti e la violenza sessuale. La fase più delicata è quella dei tre giorni successivi alla segnalazione in cui si decide la modalità di ascolto della vittima, ed anche l’opportunità del suo ascolto. E tutti i casi, in quei tre giorni, vengono trattati personalmente da me, che stabilisco i dettagli”.

In base ai vari episodi  è possibile inquadrare l’aggressore in una tipologia?

“Purtroppo è un fenomeno che non può essere inquadrabile. Non esiste una tipologia di aggressore, tutti possono essere coinvolti, non riguarda l’essere ricchi o poveri, agiati o disagiati. Molti degli aggressori sono giovani, un’età compresa tra i 30 ai 45 anni. Ci sono profili di imponderabilità in questo settore”.

Ritiene che nella legislazione vigente ci siano delle falle e tutelino poco le vittime? In Italia ci sono mariti liberi nonostante la condanna di omicidio per la morte delle mogli.

“Le leggi ormai ci sono e sono anche abbastanza severe. Ma quello di cui si ha bisogno è un’azione di prevenzione contro questi atteggiamenti. Il problema è principalmente culturale, è già parlarne potrebbe essere un deterrente affinchè chi compie queste azioni possa sentirsi isolato. È necessario educare i più giovani al rispetto, bisogna fare un lavoro sociale. Ritengo che chi è strutturalmente portato alla violenza non si fermi per paura di una condanna. È sulla prevenzione che bisogna intervenire. Per quanto riguarda i mariti liberi non posso entrare nel merito della decisioni dei giudici, io faccio il magistrato inquirente”.

Qualche giorno fa c’è stata una brutale aggressione  a Ceglie Messapica dove un uomo ha preso a calci una donna che si era sottratta alle sue attenzioni, la vittima è stata portata in ospedale  ed è stata sottoposta a diversi interventi chirurgici, il ragazzo è stato solo denunciato a piede libero. Come spiega questo?

“In questo caso non c’è stata la flagranza e quindi non era giustificabile l’arresto, ma non è detto che non siano presi provvedimenti successivi visto le gravi lesioni”.

Quali sono le maggiori preoccupazione delle donne che denunciano?

“Molte di loro denunciano quando non ci sono più alternative, sentono la necessità di liberarsi di un atteggiamento prevaricatore nei loro confronti e in quello dei figli. Grazie alla legislazione vigente si fidano maggiormente degli operatori giudiziari e sul territorio negli anni si è sviluppata un’importante rete che vede tutti gli attori lavorare insieme. Nel 2015 con la Provincia è stato firmato il protocollo Lara, abbiamo inserito ogni informazione anche sul nostro sito della Procura”.

Tutto questo è sufficiente per tutelare le vittime e aiutarle a denunciare?

“Il problema è che si tratta sempre e comunque di una protezione provvisoria per le donne, e in alcuni casi anche per i suoi figli. La reale preoccupazione è per il dopo. È per questo che serve una tutela sociale. E anche noi magistrati quando affrontiamo i casi ci poniamo molto spesso il problema del dopo”.

Lucia Portolano

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