Camara morendo ha salvato tutti gli altri

BRINDISI –  (di Lucia Portolano) Camara è stato trovato con la faccia rivolta sull’asfalto bollente, la bicicletta era accanto a lui fuori dalla carreggiata di una strada provinciale. Era ancora vivo quando due passanti lo hanno trovato, ma non rispondeva e non parlava. Quando dopo 20 minuti è arrivata l’ambulanza il suo cuore si era già fermato. Aveva addosso i vestiti sporchi di terra, abiti impregnati di dignità e sogni. Stava tornando a casa in bicicletta dopo quattro ore nei campi, dalle 13 alle 17 quando il sole è alto, la terra brucia e quel giorno la temperatura aveva superato i 40 gradi. Impossibile anche solo mettere il naso fuori da casa, figuriamoci a lavorare in campagna. A zappare la terra. Camara aveva solo 27 anni, era arrivato tre anni fa in Italia a bordo di un barcone. Era originario del Mali. Tre giorni prima di morire era arrivato nella frazione di Tuturano, dove vive il suo fratellestro. Aveva trovato lavoro nelle campagne tra Brindisi e Mesagne: 6 euro all’ora. È morto stroncato da un infarto, così ha certificato il medico legale. Camara non lo sa, e non lo saprà mai di essere diventato un eroe. Perché con la sua morte ha salvato migliaia di “fratelli”. Una morte che ha scaraventato in faccia la realtà, che tutti vediamo, ma che sentiamo distante. Qualcuno pensa anche  che essendo “neri” e venendo dall’Africa sono abituati al caldo, possono sopportare la fatica. “Che vuoi che sia per loro una giornata con 40 gradi con schiena piegata per ore”.

C’è voluto che un ragazzo di 27 anni morisse per emettere un’ordinanza che sancisca il divieto a lavorare nei campi dalle 12 alle 16 nelle giornata che l’Inail stabilisce ad alto rischio. L’ha firmata ieri, il sindaco di Brindisi Riccardo Rossi, il giorno dopo la morte di Camara. Che se solo non fosse stata raccontata dai giornali  sarebbe stata archiviata come “un decesso naturale”, un malore, un infarto improvviso. Il pubblico ministero di turno ha restituito nello stesso pomeriggio la salma ai familiari. Camara lavorava in nero, non aveva nessun contratto. Era un invisibile. E sarebbe rimasto tale se non fosse morto o se non vi avessimo parlato di lui. Eppure tutti li vediamo questi ragazzi in bicicletta alle 5 del mattino che raggiungono i campi, e rientrano al tramonto stanchi e sporchi. Questa storia la conoscono tutti, e la conosce bene soprattutto quell’area di Sinistra che ha fatto dell’accoglienza e dell’integrazione il proprio baluardo nelle campagne elettorali. Sarebbe bastato poco per salvare Camara. E oggi è lui che salva tutti gli altri. Camara non lo sa, ma lui è un eroe.

Cinque per mille AIL
Scuola Palumbo

1 Commento

  1. Vero, terribilmente vero.. Ci è voluta la morte di un giovane immigrato per far “scoprire” a tutti, amministratori, giornalisti e sindacalisti.. una triste e diffusa realtà. Tutte le “condanne a valle” non sminuiscono la mancanza di provvedimenti normativi atti a “prevenire” queste tragedie..

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