Marcella Di Levrano, la storia di una donna che si ribellò alla mafia

BRINDISI- (Da Il7 Magazine ) Marcella Di Levrano fu massacrata a colpi di pietra, in un bosco, aveva 26 anni e la sua colpa fu quella di aver raccontato la Sacra Corona Unita, testimone scomoda di un sistema criminale che negli anni novanta dettava “legge” a Mesagne. I suoi assassini non hanno mai avuto un nome e un volto ma a distanza di 32 anni lo Stato la riconosce come “Vittima innocente di Mafia”. “Oggi ho una verità storica, è vero, non giudiziaria. Mi accontento della verità storica. Se non altro quando andrò di là avrò meno pesi da portarmi”. Queste sono le parole di Marisa Fiorani, la mamma di Marcella, in una delle sue ultime interviste rilasciate all’Associazione Libera. Dopo anni di lunghe e dolorose battaglie mamma Marisa non ha più la forza di parlare ed anche quel riconoscimento  a lungo atteso da parte dello Stato non basta ad alleggerire la sua sofferenza per la morte di una figlia che ad oggi non ha avuto giustizia e forse non l’avrà mai. Marcella fu ritrovata cadavere in un bosco tra Mesagne e Brindisi il 5 aprile del 1990 con il cranio sfondato da una pietra , era scomparsa circa un mese prima l’8 marzo. La donna, nata a Mesagne , era la seconda di tre sorelle. La madre Marisa, nel ‘68 dopo un matrimonio difficile , segnato dalla violenza , decise di lasciare il marito e trasferirsi con le figlie a Torchiarolo. Marcella cresce qui, serena, sino a quando durante gli anni della scuola superiore, frequentava l’Istituto Magistrale di Brindisi, non comincia a drogarsi. In quegli anni Brindisi era una piazza importante di spaccio di droga e criminalità organizzata. Marcella , ragazzina fragile, scresciuta senza un papà, purtroppo incappa nelle maglie della delinquenza. In cerca di una dose si avvicina a personaggi pericolosi. La mamma e le sorelle tentano di aiutarla , di strapparla da quell’ambiente inquinato dalla violenza. Qualche anno dopo  la ragazza scopre di essere incinta, quello sarà un primo passo verso la svolta. L’idea di aspettare un figlio la portò a desiderare di avere una vita diversa. Nelle pagine di un diario, gelosamente custodito da mamma Marisa, Marcella scrive : “Mio figlio sarà come me, saprà soffrire e nello stesso tempo essere felice, gli insegnerò ad affrontare le cose come ha fatto la sua mamma, ad avere gli stessi ideali,  a lottare per amare e a saper soffrire”. La donna non vuole che la sua creatura cresca in quell’ambiente che lei ha imparato a conoscere e frequentare eppure la droga e la depressione la trascinano giù un’altra volta tanto che gli assistenti sociali intervengono e le tolgono quella figlia, Sara, che nel frattempo è nata e che lei ama tanto. La vita senza la sua bambina per Marcella è inaccettabile ed allora decide che è arrivato davvero il momento di cambiare, di dare una svolta alla sua vita ed un futuro a Sara. E’ giugno del 1987 quando Marcella comincia a collaborare con le forze dell’ordine, a raccontare tutto ciò che sapeva della Sacra Corona Unita. Rivela i nomi, gli affari , le piazze del giro della droga. “Il 24 giugno del 1987 Marcella è nella Questura di Lecce dove racconta tutto quello di cui era a conoscenza, quelle registrazioni vengono trascritte e usate nel maxi processo che si fa a Lecce nel dicembre del 1990 dove Marcella doveva testimoniare- ha racconta Marisa- Lei mi diceva: mamma io mi salvo, sono degli animali si stanno scannando tra di loro. Da questa frase a me nacque la speranza che Marcella aveva capito tutto e che si sarebbe salvata. Lei aveva fiducia in quelle istituzioni dove andava a raccontate, aveva fiducia che l’avrebbero aiutata, che l’avrebbero protetta”. Marcella diventerà così una fonte attendibile tanto da essere indicata quale testimone nel maxi processo che si sarebbe celebrato a novembre del 1990 presso il Tribunale di Lecce, ma lei in quell’aula non ci arriverà mai. Marcella scompare qualche mese prima, l’8 marzo del 1990 ed il suo corpo sarà ritrovato il 5 aprile, circa un mese dopo. “E’ stato tremendo , non sapevo che era stata ammazzata , mi immaginavo una overdose, non mi immaginavo Marcella ammazzata. Sono arrivati prima loro- dice ancora Marisa a Libera- Quindi quell’otto marzo era importante perché c’era un progetto per allontanarla, per metterla a sicuro, ma come dice il magistrato sono arrivati prima loro”. Il corpo di Marcella viene ritrovato nelle campagne tra Mesagne e Brindisi , un uomo fa una segnalazione ai carabinieri che immediatamente si recano sul posto. “Era una mattina di aprile, ci fu segnalato per radio , mentre eravamo di pattuglia io e un maresciallo, ci fu segnalato la presenza di un cadavere in un bosco tra Brindisi e Mesagne, in contrada Lucci. Ci portammo sul luogo, c’erano già dei colleghi- racconta Sergio Palma, maresciallo dei carabinieri del Nucleo Operativo che intervenne sul luogo del ritrovamento-  E scoprimmo che si trattava del cadavere di una ragazza, poi si accertò essere Marcella di Levrano. La conoscevo benissimo perché più volte avevo avuto occasione di parlarci assieme. Aveva la testa massacrata con una pietra ancora sul cranio, spostando poi la pietra uscì un serpente che si era lì nascosto. Poi arrivarono il magistrato, ufficio delle onoranze funebri. Fu portata all’ospedale Perrino vecchio. Da lì cominciammo le indagini che purtroppo non hanno mai portato a nessun esito”. La morte di Marcella fu una esecuzione, uccisa a colpi di pietra sul volto e sul cranio così come la SCU usa fare per punire i traditori, gli infami.  “Era una persona buona, faceva fatica a vedere il male nell’altro. Lei sapeva con chi aveva a che fare e che non gliela avrebbero fatta passare liscia. Era una ragazza semplice ma aveva qualcosa in più e lei trovava sempre il modo di farlo uscire- dice ancora la madre- Marcella è stata ammazzata perché non doveva andare a testimoniare al quel maxi processo e rendere quelle cose che aveva detto non credibili. Non c’è lei . Ed invece no, sono state credibili perché ci sono stati dei riscontri. Nonostante tutto, il dolore e quello che abbiamo attraversato mi ritengo fortunata, io avuto la possibilità di fare i passi che ho fatto grazie all’incontro con libera. Da sola non ce l’avrei fatta. Oggi ho una verità storica, è vero, non giudiziaria. Mi accontento della verità storica. Se non altro quando andrò di là avrò meno pesi da portarmi”. Mamma Marisa non si è mai arresa, per trentadue anni ha girato l’Italia raccontando la storia della figlia affinchè nessuno dimenticasse. Alla memoria di Marcella oggi sono intitolati tre presidi di Libera: il presidio universitario di Gorizia, il presidio di Pavia e il presidio di Aosta. La “Cooperativa Sociale Terre di Puglia – Libera Terra” le ha dedicato un vino, le cui uve vengono coltivate su terreni confiscati a mafiosi appartenenti alla Sacra Corona Unita e un bene confiscato a Seriate (BG). A luglio 2021 a Marcella è stato intitolato un bene confiscato che ospita richiedenti asilo, Villa Marcella di Levrano. In tutto questo l’Associazione Libera è stata sempre al fianco di Marisa Fiorani. Anche se poi nessuno ha pagato per la morte di questa innocente. Il procedimento penale relativo all’omicidio di Marcella fu archiviato nell’aprile del 1992. Nel corso degli anni diverse sono state le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia sul suo omicidio, che hanno permesso agli organi inquirenti di individuare il movente. Tutti i collaboratori hanno dichiarato che Marcella fu uccisa per paura che testimoniasse in tribunale, avendo saputo che era stata ascoltata dalle forze dell’ordine sugli affari e i traffici della Sacra Corona Unita già nel 1987. Le sue dichiarazioni furono riportate nella sentenza del Maxiprocesso di Lecce, il processo che confermò l’esistenza della Sacra Corona Unita. Il procedimento penale era stato riaperto nel 2011, ma nel dicembre del 2019 il pm Alberto Santacatterina ha fatto richiesta di archiviazione che è stata accolta dal Gip di Lecce il 5 marzo 2020. L’unico esecutore individuato è morto nel 2000.  Il pubblico ministero, Alberto Santacatterina,  nella richiesta di archiviazione scrive: “Conclusivamente si può affermare con certezza, sia per quanto dichiarato da numerosi collaboratori di giustizia, sia per quanto emerso nel corso dei due maxiprocessi leccesi, come la causa della morte di Marcella Di Levrano sia da individuarsi senza ombra di dubbio nella collaborazione da lei prestata sin dal lontano 1987 con la Squadra Mobile della Questura di Lecce. Va detto, per inciso, che tale collaborazione appare oggi ancora più meritoria per essere stata totalmente disinteressata nonché per essere avvenuta in un periodo nel quale nessun beneficio era previsto o anche lontanamente ipotizzabile. Che poi Marcella Di Levrano fosse “contigua” agli ambienti criminali mafiosi, lungi dallo sminuire il valore della sua collaborazione, rende ancora più encomiabile, anche a distanza di tanti anni, la decisione di allontanarsene rompendo la logica di omertà e di intimidazione che li caratterizzava”.  Oggi Marcella è stata riconosciuta vittima innocente di mafia, sono trascorsi 32 anni, sua figlia Sara è oramai una donna e sebbene sia cresciuta senza la sua mamma avrà sempre la consapevolezza di aver avuto un’eredità importante da lei quella della verità anche a costo della vita.

Lucia Pezzuto per Il7Magazine

 

 

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