Ultimo giorno di Don Peppino alla parrocchia di San Vito, i fedeli scrivono al vescovo

INTERVENTO/Oggi è l’ultimo giorno di Don Peppino Apruzzi nella sua parrocchia, la chiesa di San Vito a Brindisi. Dopo 24 anni Don Peppino è stato trasferito, la decisione scaturita da un provvedimento assunto dall’arcivescovo di Brindisi-Ostuni a larga scala, che ha visto il trasferimento di numerosi parroci della provincia. Quella che pubblichiamo di seguito, integralmente, è una lettera aperta dei suoi parrocchiani indirizzata all’arcivescovo di Brindisi  monsignor Domenico Caliandro che in queste settimane avevano anche organizzato una petizione affinchè il loro sacerdote restasse.

“Egregio Sig. Arcivescovo,

mancano  poche ore ormai al trasferimento del nostro Parroco Don Peppino Apruzzi. Solo qualche mese fa ci apprestavamo a chiudere l’anno pastorale faticoso e denso di attivita’,  come sempre. Pregustavamo il riposo estivo nell’attesa di riprendere l’itinerario  che il nuovo progetto pastorale parrocchiale ci avrebbe indicato attraverso le sollecitazioni espresse secondo lo stile  del nostro educatore: memoria, coscienza del presente, progetto. Un altro anno si sarebbe aggiunto ai 24  trascorsi insieme. Forse altre realta’ sarebbero fiorite, altri progetti si sarebbero realizzati, avevamo ancora tanto da sognare e da lavorare. Don Peppino ci avrebbe sollecitati come sempre, lasciandoci la liberta’  di esprimerci secondo le nostre diversita’, offrendoci   la  testimonianza della sua vita,  la sua abnegazione, il dono di se’ senza riserve, senza pregiudizi, senza differenze.

 Un sacerdote sempre  in trincea che ha speso tutto se’ stesso per noi, per gli ultimi. Un pioniere che ci ha educati secondo lo spirito del Concilio: laici consapevoli, pensanti e con una identita’ cristana da esprimere dentro e fuori la comunita’. E cosi’ vengono alla mente termini come Parrocchia e comunione, solidarieta’, integrazione, cittadinanza attiva, ai quali per decenni eravamo stati preparati ed educati e che ci sorpendeva ritrovare come “novita’” in tanti incontri diocesani. Quante battaglie e quante sfide   vinte: Casa Betania, le Ceb, l’oratorio, la stanza degli indumenti, la bottega del commercio equo e solidale, il Centro di ascolto, la scuola di alfabetizzazione degli immigrati, la ricostruzione della nostra chiesa, lo stupendo organo quasi terminato, la canonica ultimata da poco (e che Don Peppino non abitera’). Eppoi tutti i gruppi e i movimenti: la  catechesi, il gruppo coppie, il gruppo coppie giovani, i ministri straordinari della comunione, la Schola Cantorum, la Caritas, l’Azione Cattolica, l’A.G.E.S.C.I., L’Ass. Rinnovamento nello Spirito, il Gruppo di preghiera di Padre Pio. Il Gruppo di preghiere O.V.E., la Comunita’ dell’Apostolato itinerante, l’Ass.ne Tenda per la Pace, l’Ass.ne Compagni di Strada, l’Ufficio e Ass.ne Migrantes. Tutti hanno avuto spazio e liberta’.  Quanto fervore, quanto movimento! Quanti progetti ancora da realizzare. All’improvviso Lei sig. Arcivescovo, ha fatto tabula rasa del nostro vissuto e dei nostri progetti e ha deciso di toglierci il nostro Don Peppino. Ha deciso di allontanare il motore, il centro propulsore della nostra Parrocchia, il pastore che ci ha accompagnato passo dopo passo, che ci conosce uno ad uno, che ci ha guidati a diventare quello che oggi sentiamo di essere: laici pensanti rappresentati da un Consiglio Pastorale educato a svolgere attivamente il suo ruolo consultivo e per questo sempre al corrente della vita parrocchiale. Lei Signor Arcivescovo ha sconvolto la nostra vita comunitaria,  ha deciso il trasferimento di don Peppino ignorando l’esistenza di un Consiglio Pastorale che avrebbe dovuto conoscere per  tempo tale imprevista, grave novita’  che avrebbe avuto ripercussioni importantissime sulla nostra Parrocchia. Ci aspettavamo di essere considerati,  anche noi ascoltati, oltre  ai gratuiti informatori di turno. Probabilmente, allora,  si sarebbe reso conto che Lei ci sta mettendo in ginocchio, ma non per pregare! Viviamo gia’  un momento delicato dovuto alle situazioni di crisi, di disoccupazione che  investe da tempo  l’Italia e tanti di noi. La Fede ci da’ il coraggio e la fiducia, la speranza in un mondo piu’ giusto e migliore. Noi cristiani siamo chiamati a credere in tutto cio’, ma abbiamo bisogno dei pastori che ci guidano, che ci sorreggono, che ci aiutino a sperare, che siano credibili. Don Peppino rappresenta tutto questo per noi. E’ la nostra forza. Lei, allontanandolo dalla nostra comunita’, ha fatto penetrare in essa l’aria dell’incertezza, della confusione, dell’instabilita’ che gia’ viviamo a livello politico, sociale ed economico.

Abbiamo appreso del trasferimento a meta’ Giugno. Doveva realizzarsi in Settembre. Troppo presto! Troppo in fretta! Troppo incomprensibile! Troppo tutto.  Siamo venuta a cercarLa. Le abbiamo espresso  il nostro rammarico per la Sua scelta di ignorare qualsiasi contatto con il nostro  Consiglio Pastorale. Abbiamo  tentato di esprimerLe lo sconcerto, la preoccupazione per la stabilita’ parrocchiale: Don Peppino veniva trasferito e venivamo anche privati di un vicario parrocchiale senza alcuna sostituzione.  Abbiamo persino  avuto “l’ingenuita” di chiederLe un ripensamento.   L’ abbiamo supplicata di concederci almeno  il tempo giusto per prendere atto e riorganizzarci poiche’ lo smarrimento per la notizia inaspettata, il periodo estivo, la stanchezza, non ci avrebbero consentito di affrontare adeguatamente l’evento. Abbiamo tenuto per noi l’infinita sofferenza del distacco. Eravamo pronti a respirare la Sua autorevolezza. Abbiamo sentito tutta la Sua autorita’. Il trasferimento e’ stato  “anticipato” all’08 Agosto! Neppure il tempo di salutare adeguatamente  il nostro pastore!  “Non mettetevi tra il Vescovo ed i Sacerdoti”, ci ha detto. Ed allora abbiamo ripensato al Concilio, al popolo di Dio riunito al di fuori di qualsiasi struttura piramidale e  con al centro Cristo. Abbiamo ripensato al nostro ruolo di laici e alla nostra dignita’ di cui il Concilio ci ha investito e a cui siamo stati abituati e di colpo abbiamo avuto l’impressione di ritornare indietro e abbiamo pensato a Papa Francesco  e alle sue parole:” “numerosi passi avanti devono ancora essere compiuti nella Chiesa conciliare e molti vorrebbero tornare indietro”. Ed allora ci dica Lei Signor Vescovo, dove dobbiamo metterci, quali sono i nostri compiti e soprattutto se vale la pena impegnare il nostro tempo nei vari percorsi teologici che anche a livello diocesano ci vengono proposti per sviluppare in noi laici il senso della “corresponsabilità” nella Chiesa! Ci dica Lei se vale la pena di sottrarre tempo al nostro lavoro, alle nostre famiglie per impegnarci in una Parrocchia dove a seconda delle circostanze dobbiamo essere dei laici “corresponsabili” oppure dei numeri.

E mentre pensiamo a tutte quelle persone che vivranno con sofferenza ed impotenza questo incomprensibile distacco, mentre pensiamo a tutti quegli ammalati che non godranno piu’ della visita del proprio parroco, mentre pensiamo alla nostra Parrocchia come ad una fucina che rischia di spegnersi, ci consenta almeno alla fine, di pensare al nostro amato Don Peppino e alla sua umanita’: trasferito da una Comunita’ di quasi 15.000 abitanti dove per 24 anni ha speso la sua vita,  ad una    Parrocchia  di paese a soli otto anni dal suo “pensionamento”. Anche Giovanni Paolo II nella sua “Pastore Gregis”  sollecitava l’attenzione all’umanita’ del sacerdote. Tutto cio’ a voler tacere della efficacia dello stile pastorale di Don Peppino che ci ha portato ad essere una realta’ parrocchiale viva e varia, del suo impegno per il bene comune anche a livello cittadino, della sua testimonianza di vita. Qualcuno potrebbe considerare  che  anche nella chiesa la meritocrazia non paga. Noi non vogliamo attribuire meriti a don Peppino poiche’ faremmo torto alla sua identita’ che e’ “semplicemente” quella di  un sacerdote che segue  il   Vangelo. Ed allora si affaccia alla nostra mente la figura di Don Milani, un sacerdote considerato scomodo perche’ viveva della semplicita’ ed immediatezza del Vangelo ed ha speso la sua vita per educare alla presa di coscienza civile e sociale. Ed anche  Don Peppino ha fatto questo  e pertanto  viene “premiato” con il trasferimento.

Ei fu! Potremmo ancora dire pensando al suo “esilio”. Mentre ancora una volta ci stupisce e ci insegna  il silenzio dignitoso con il quale Don Peppino ha preparato il suo faticoso  “trasloco” sotto il caldo sole estivo. Ci stupisce l’estrema delicatezza con la quale egli  si e’ personalmente impegnato per gli ultimi accorgimenti alla  nuova canonica che accogliera’ il successore. GRAZIE don Peppino. Chi cammina al tuo fianco puo’ sempre camminare a testa alta!

Qualche settimana fa Lei signor Arcivescovo si e’ fatto  pubblicamente vicino ai turisti che venivano a Brindisi. Gli ha augurato buone vacanze al caldo sole del sud. Molti di noi rimarrano in citta’, La sentiranno lontana e neppure la freschezza di un gelato servira’ a togliere l’amarezza del nostro cuore.

OPERATORI PASTORALI PENSANTI

12 Commenti

  1. non conosco personalmente Don Peppino, ma le nostre vite si sono incrociate , quando fui ospite per breve tempo di Casa Betania, conosco pero´Don Mimmo un sacerdote che si spende tanto per il prossimo,al passo con i tempi , attento alle esigenze dei fedeli, credo che il Vescovo non potesse fare scelta migliore quale Don Mimmo nuovo parroco ed successore di don Peppino. Si prova sempre un certo disagio quando un parrocco che per tanti anni e´stato punto di riferimento per i fedeli deve spostarsi in altra sede per volonta´del vescovo. Ma vi assicuro che Don Mimmo non vi fara´rimpiangere il buon Don Peppino, che sicuramente avra ´ sempre un posto particolare nei vostri cuori.

  2. Nota: l’articolo é nella top ten dei “commentati”; chiedo a esperti sociologi il motivo. Conosco Don Peppino, sono nato e cresciuto alla commenda e la “S. Vito” é stata la mia parrocchia. Prima di Don Peppino c’era Don Giuseppe anch’egli amato e stimato ed anche alla sua sostituzione ci fu un tentativo dei fedeli al fine che restasse.r Non fu cosí e venne Don Peppino. Avrò sicuramente l’opportunitá di incontrarlo ovunque andrá.la Parrocchia avrá il suo nuovo Parroco e la comunitá continuerá con lo stesso impegno e amore che mi é noto da oltre 40 anni, sempre in simbiosi con tutti i Parroci e Sacerdoti che si sono susseguiti. Da Don Raffaele in poi.

  3. Restringere il “dovere” dell’obbedienza al solo parroco, relativizza un problema che, invece, è più vasto.
    ” I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò l’esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libertà dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio con le preghiere i loro superiori, affinché, dovendo questi vegliare sopra le nostre anime come persone che ne dovranno rendere conto, lo facciano con gioia e non gemendo (cfr. Eb 13,17). (C.V.II – Lumen Gentium 37b)

    Successivamente anche la C.E.I. si era espressa sull’argomento, ribadendo che:
    ” Se, da una parte, l’autorità nella Chiesa ha il dovere di impartire delle norme e quindi il diritto
    di esigere l’obbedienza, dall’altra va egualmente sottolineato che essa si giustifica unicamente come
    un servizio alla comunione, intesa sia come fedeltà a Cristo sia come edificazione comune. Esercitare
    l’autorità è, in realtà, per i pastori un modo concreto e impegnativo di vivere l’obbedienza a Cristo.”(Comunione, Comunità e disciplina ecclesiale: 27)
    e ancora al paragrafo29: ”

    “Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile fondamento
    dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli. I singoli vescovi, invece, sono il visibile
    principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate a immagine della Chiesa
    universale” (LG 23) (V1/338).
    “Nella persona dei vescovi, assistiti dai presbiteri, è presente in mezzo ai credenti il Signore
    Gesù Cristo” (LG 21) (V1/334); per questo i fedeli sono invitati a “aderire al vescovo come la Chiesa
    a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre” (LG 27) (V1/353). (idem 29bc).

    Proprio questa lettera inviata “all’Egregio Signor Arcivescovo” chiarisce nel contenuto e soprattutto nel tono, la posizione della comunità.

  4. Mi rivolgo a Giuseppe compiacendomi per il suo commento che ha insito una verità che dura, purtroppo, da due millenni: farisei e scribi convinti di possedere la verità senza tendere ad essa.
    A Cosimo, invece, vorrei dire che, pur condividendo lo spirito con cui si deve accogliere il nuovo, è prematuro pensare di poterlo trattare meglio di don Peppino.

  5. Non si capisce a chi fa la lezione Franco dal momento che don Peppino non solo ha obbedito ma ha addirittura esortato gli altri alla obbedienza. Ma il problema è proprio questo: ci sono in giro troppi (o forse pochi…) dottori in storia della Chiesa e pochi in storia della Salvezza.Per fortuna che don Macilletti appartiene a quest’ultima razza e saprà subito allontanare i dottori dal tempio che continueranno a sperare nella resurrezione…del cardinale Ottaviani ed i suoi epigoni che il campionato mondiale sulla Parola l’hanno perso definitivamente il 9 dicembre 1965

    • Vorrei sottolineare che la comunità accoglierà don Mimmo con tutti gli onori e lo tratterà anche meglio di don Peppino. Quello che chiedo è di far vivere alla comunità San Vito martire il dolore per lo spostamento del pastore, quindi siete pregati non mettere lingua perché qui non ci sono dottori ma orfani.
      Grazie

  6. Tormenti. Un atto di carità. Questo articolo vuole essere un modesto atto di carità da parte di un veterano di vita pastorale, a favore dei vescovi perché soffrano di meno, a favore dei parroci perché non siano vanificati i loro immani sacrifici del celibato, che osservano, e dei tanti lavori, che compiono, e a favore dei fedeli, perché siano liberati da certe situazioni stagnanti. L’accostamento dei due termini: “trasferimenti = tormenti” non è mio, ma del card. Elia Della Costa, arcivescovo di Firenze, che visse e morì in odore di santità. Sono sue queste parole: «Il trasferimento dei parroci è il più grande tormento dei vescovi». Se queste parole erano vere ai suoi tempi, prima del concilio Vaticano II, quando i trasferimenti erano rari, esse sono ancor più attuali oggi che i trasferimenti debbono avvenire, per regola, a scadenza fissa, ogni nove anni.

    I motivi del tormento.
    1) Una promessa non mantenuta. Il primo tormento nel santo arcivescovo di Firenze nasceva, e nasce in ogni vescovo, da alcune dolorose considerazioni. La prima è questa. Un parroco che rifiuta di trasferirsi da una parrocchia all’altra, dopo un esplicito comando del vescovo, compie un atto di aperta disobbedienza. Ogni parroco, come ogni prete, ha fatto una solenne promessa di obbedienza al vescovo nel giorno più solenne della sua vita, quello della sua ordinazione sacerdotale. Alla fine di questa il vescovo domanda al novello sacerdote: Prometti a me e ai miei successori reverenza e obbedienza? E il novello sacerdote risponde dinanzi a tutto il popolo che ascolta: Prometto.

    Come chiara è stata questa professione di obbedienza al vescovo, altrettanto chiara si mostra la disobbedienza del parroco al vescovo, quando il vescovo lo invita a cambiare parrocchia, e lui si rifiuta. Così perde subito credibilità davanti al popolo, che non gli appartiene più: e lo autorizza a non obbedire al parroco, che non obbedisce al vescovo, che è il vero pastore di tutte le parrocchie. Ogni parroco è un suo rappresentante, un suo collaboratore autentico, solo quando è d’accordo con lui, obbedendogli. Se prevalesse una tale disobbedienza, ogni parrocchia somiglierebbe a un piccolo feudo, di cui si impadronisce questo o quel prete, per diventare un organismo morto e senza vita, senza alcun legame col vescovo, col Papa, con Dio, con la Chiesa universale, Sposa e Corpo vivo di Gesù Cristo, nostro capo.

  7. Ogni parroco, come ogni prete, ha fatto una solenne promessa di obbedienza al vescovo nel giorno più solenne della sua vita, quello della sua ordinazione sacerdotale. Il parroco che, obbedendo al vescovo, si trasferisce di parrocchia in parrocchia, ha la soddisfazione di imitare l’evangelizzazione di Gesù Cristo e degli Apostoli che passavano di villaggio in villaggio. I vantaggi della mobilità: il prete si arricchisce di nuove conoscenze e amicizie; diventa punto di riferimento per un maggior numero di persone; la vita sacerdotale diventa una grande e sempre nuova avventura d’amore.

  8. Non conosco don Peppino Ma dalla lettera aperta al arcivescovo e dalla recensione di Raffaele vedo solo un uomo buono generoso prete x davvero la vedo un ingiustizia allora mi chiedo perché non scrivere al papa visto che ha largamente dimostrato che e”uno di noi un uomo in mezzo agli uomini sempre disponibile e raggiungibile amici fatelo perché il vescovo non vi risponderà ma Francesco lo fara’in bocca al lupo x il vostro prezioso don peppino.

  9. Condivido la lettera degli “operatori pastorali pensanti”, inviata all’arcivescovo Mons.Domenico Caliandro, per esprimere sofferenza e disagio a seguito del trasferimento del loro parroco, don Peppino Apruzzi. Conosco anch’io Don Peppino da tanti anni, anche se non faccio più parte della sua parrocchia. Posso confermare le sue doti di cultura, umanità, generosità, abnegazione indicate dai parrocchiani nella loro lunga e appassionata lettera al vescovo. La Chiesa Cattolica esiste da oltre 2000 anni, ha pochissimi livelli gerarchici e una regola di adesione fondamentale: il Vangelo. Vi è tuttavia, a volte, la tendenza a organizzare e gestire le cose come se si trattasse di una grande organizzazione aziendale: promozioni, trasferimenti, orari di lavoro, tariffe. Il trasferimento di Don Peppino, senza coinvolgere e tenere in considerazione le istanze del Consiglio Pastorale, è un provvedimento autoritario, difficile da comprendere e accettare. Purtroppo, quando si previlegia questo stile di guida, le decisioni prese raramente vengono modificate: don Peppino pertanto saluterà i suoi parrocchiani ed accetterà umilmente la decisione del suo arcivescovo. Il suo gregge, però, guidato amorevolmente per tanti anni, forse si sentirà abbandonato e rischierà di disperdersi…

  10. Buon giorno, condivido l’amarezza dei fedeli che da diversi anni sono più vicini a Don Peppino, un Parroco che in uno dei quartieri più popolosi di Brindisi e stato sempre disponibile molto affabile e sempre in giro a trovare anziani e malati del quartiere, anche se loro sono dei missionari e bisogna accettare tutto, sicuramente qualche altro anno di permanenza nella Parrocchia S.Vito poteva e può rasserenare gli animi di tanta gente in un momento particolare di crisi in tutti i sensi.

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*